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The Absurd Silent

“Dove non c’è suono è lo spettatore a creare con la fantasia” (Hazanavicius)

Sembra assurdo pensare ad un film muto nei nostri giorni. L’avvento del 3D aveva completamente spazzato via questa idea dalle menti degli spettatori. Anche i cinefili più aristocratici hanno arricciato il naso prima della visione di questo film. Sicuramente avranno avuto tutt’altra espressione all’uscita dalla sala . Il cinema prima dell’avvento del sonoro era definito un ‘lucernario dell’infinito’, piccole grigie immagini viaggiavano davanti gli occhi dello spettatore facendolo entrare in un mondo sensoriale mai provato prima.
‘The Artist’ fa proprio questo. Scevro da bombardamenti sonori e musica, all’inizio ci si rimane quantomeno disorientati. Ma passata la sbornia iniziale quel mondo ti inizia rapire. Gli attori la fanno da padroni, la loro mimica, i loro sentimenti cercano di sostituire quello che il suono non può dare e le parole non dire. E il risultato è sublime.

Il protagonista (Dujardin) è un divo della Hollywood degli anni Venti che si trova a dover fronteggiare l’avvento della nuova tecnologia. Da questa si sente totalmente distante, quasi emarginato. Ma il suo è un rifiuto categorico.
[Parallelismo potremmo farlo con Charlot, che effettivamente non passò mai al sonoro; Chaplin continuò a fare film ma il personaggio rimase nell'armadio]
I due protagonisti sono formidabili nel rappresentare lo stato di disorientamento che provano.

Il film è un’esaltazione dell’immagine, dove lo spettatore, mancando il sonoro, si sente in dovere di completare con la propria fantasia. Sta qui il causus del successo, meritato, che il film ha riscontrato.

L’ensemble de Woody

“Così era Parigi nei primi anni, quando eravamo molto poveri e molto felici.”

 

 Il cinema di Woody Allen, viene celebrato nuovamente a distanza di anni anche nella serata lustri e pajettes degli Oscar. ‘Midnight in Paris’ si aggiudica l’Oscar come miglior sceneggiatura originale.

Diventa così il più anziano regista a ricevere un Oscar all’età di 75 anni.

Woody non era presente a Los Angeles. Non ama questo tipo di manifestazioni. Soprattutto questa forse. Un pesce fuor d’acqua. Si era fatto vivo solo qualche anno fa, nelle vesti di ambasciatore della sua amata New York, per fare un appello: esortare i registi a tornare a fare film nella Grande Mela.

Mai per ritirare un premio. Facile salire sul carro alleniano solo quando un film conquista il consenso del pubblico e quindi dei botteghini ($$$).

Il cinema di Woody va assaporato nella sua interezza, pezzo per pezzo, poco alla volta. Non si può giudicare l’opera singolarmente. La sua filmografia è una delle più ricche dei registi contemporanei, come se i suoi film fossero dei minuscoli tasselli di un puzzle, che viene completato di anno in anno. Riuscireste a capire un puzzle da un tassello azzurro cielo?

I suoi film si possono dividere in tre categorie: i lavori più introspettivi e psicologici, ispirati ad Ingmar Bergman (‘Interiors’, ‘Un’altra donna’, ‘Settembre’), quelli che si rifanno a Federico Fellini (‘Sweet and lowdown’, ‘Celebrity’, ‘Stardust memories’) e quelli definibili alleniani, forse i migliori, (‘Io e Annie’, ‘Manhattan’, ‘Harry a pezzi’, ‘Zelig’, ‘Provaci ancora Sam’, ‘Hannah e le sue sorelle’). Ovviamente anche quest’ultimi hanno delle forti ispirazioni provenienti da due registi suddetti, ma questo fa parte delle fonti d’ispirazione di chiunque.

Dopo un periodo di film sfortunati, forse per stanchezza e monotonia, Woody decide di abbandonare la sua terra prediletta per scoprire il vecchio continente. Qui la scintilla. Prima l’Inghilterra con uno dei suoi film più riusciti ‘Match Point’, capace di ritrovare una sceneggiatura d’autore (gli avevano fatto sentire anche il profumo della statuetta dorata) e una qualità di fotografia e ambientazioni degna del primo periodo. Ci rimane per altri due film ‘minori’, ‘Scoop’ e ‘Sogni e delitti’, il primo una commedia per celebrare la sua nuova musa Scarlett Johansson e il secondo un thriller raffinato. Poi parte, destinazione Spagna, ‘Vicky, Cristina, Barcelona’. Un tripudio di colori iberici, l’intreccio non lascia momenti alla noia, il tutto accompagnato da una colonna sonora che si sovrappone splendidamente alle immagini. Un’altra componente fondamentale della sua produzione è anche questa.
Arriva in Francia, a Parigi, una città con la quale instaura subito un feeling quasi mitizzante, paragonabile per certi versi a quello che ha da sempre con New York. Dalle prime scene si distacca quasi dagli altri film per grazia e intelligenza. Woody non è attratto solo dalla città in sé e per sé ma da quello che la città rappresenta culturalmente. Grazie all’espediente cinematografico, si ricrea l’atmosfera della Ville lumiére di inizio secolo, di Hemingway, di Picasso, dei Fitzgerald. Sembra voler comunicare che quello era un momento unico e irripetibile, ma poi c’è la scintilla che accende il film e lo rende unico e anche puramente alleniano. Immagina che anche i protagonisti di quel periodo sognassero eroi di qualche decennio prima. Un percorso agrodolce, metafora della vita in generale, il vero amore si trova nelle persone meno aspettate e la felicità richiede sempre coraggio e libertà.
Chapeau Woody, a presto.

“Avremo sempre Parigi”

Io, loro e Firenze

“Pensi davvero che sia
una buona idea…”

 

Bé l’idea a dire il vero ci ronzava nella testa da un po’ di tempo.
Prende forma solamente pochi giorni fa però.

Domenica mattina, sveglia ore 7:55.

Apro gli occhi, scruto fuori dalla finestra, provo a strofinarmi gli occhi però. Le previsioni annunciavano una bella giornata, ma io vedevo solo tanta nebbia che manco in Val di Non.

Il fischio della caffettiera distoglie lo sguardo dal panorama. Doccia rapida per svegliarsi e ultimo consulto, ma la decisione è unanime, si va comunque.

Per la gita fuori porta la ‘poderosa’ si presenta più sporca del solito per accogliere al meglio gli ospiti che di lì a poco sarei passato a prendere.
L’atmosfera è distesa, in sottofondo c’è l’ultimo disco dei Black Keys a volume molto basso, quasi venisse da un’altra macchina.

Raccolti tutti, iniziamo a delineare la giornata che ci aspetta.

Sono stato una sola volta a Firenze; secondo anno di liceo, piena adolescenza, una gita che ricordo sempre con piacere, più per le peripezie di altri che non per le mie.
La strada viene via velocemente; in due ore abbondanti siamo a destinazione. Centro storico off limits per macchine non residenti, quindi cerchiamo tutti percorsi alternativi per parcheggiare il più vicino possibile a Piazza della Signoria, senza prendere multe. Lo troviamo.
Passeggiando lungo l’Arno, ci accorgiamo che il divieto di transito oggi non c’è, è domenica. Non fa niente, è stato più interessante così. Anche dal semplice passeggiare però, ci si immerge subito in un’atmosfera surreale, che ti porta indietro nel tempo, in epoca rinascimentale. Da un momento all’altro mi aspetto una secchiata di acqua notturna dall’alto, com’era buona usanza. In realtà è semplicemente una città a misura di turista. E nell’etimologia della parola turista è insita la nazionalità che più di tutte sorregge il nostro terziario: gruppi immensi di giapponesi popolano le vie e le code per i musei principali. Conosco persone che, malcapitate, travolte da un’orda famelica di giapponesi armati di reflex, sono state trascinate via; non ne ho più avuto notizia.
Il cielo nel frattempo si è aperto, il clima è ideale per ammirare con calma il museo a cielo aperto che offre la città cigliata. Il David, imponente al nostro arrivo, ci fa da Caronte. Dalla città eterna, alla città che fu splendida, ma come sotto un incantesimo si è conservata nel suo splendore.
Partiamo a braccio, in realtà nessuno di noi si è fatto una piantina, un itinerario da seguire. Con gli occhi al cielo scorgiamo l’insegna della Casa di Dante, incuriositi andiamo lì. Una vietta anche abbastanza anonima. Prima della casa del poeta, una cappella, dove la famosa Beatrice convolò a nozze accompagnata dallo sguardo di un malinconico Dante, come vediamo descritto da dei dipinti affissi.
Continuiamo il nostro giro verso il duomo, intanto il cielo si è aperto, il portone dorato del Battistero riflette la luce del sole che cade perpendicolare.
Tutto molto bello ma si è fata ora di pranzo e nell’aria già iniziamo a sentire odore di carne. Venire a Firenze e privarsi del piacere di una fiorentina doc, sarebbe peggio che bestemmiare in piazza San Pietro durante l’Angelus.
Scegliamo un ristorante che ci hanno consigliato, locale carino non distante da dove ci troviamo. Ordiniamo una bistecca per 4. Ci prendono troppo in parola e ci arriva al tavolo una bistecca da 2,2 kg, gioia per gli occhi, delizia per il palato. Dura nei nostri piatti meno del peso tramutato in minuti. Il cibo è l’unica cosa bella, che riempie davvero.
Il Brunello, fedele compagno, ci accompagna per tutto il pasto, che data l’ora e data la stanchezza si prolunga per un paio d’ore.
Usciti dal ristorante, ci riaccompagna a Ponte Vecchio una pioggerella primaverile, quasi piacevole. Se non fosse per il vento che rende fastidioso anche solo tenere la testa dritta.
Decidiamo di avviarci alla macchina.
Una giornata particolare si avvia alla conclusione.
In macchina, dallo specchietto retrovisore, due luci mi abbagliano per tutto il viaggio, ma non sono fari d’auto. In sottofondo nuova leva del cantautorato italiano: Dente, Mannarino e Brunori Sas.

“Parlar di Firenze,
di come è invecchiata,
dall’ultima volta che l’ho salutata.”

Lost Soul Forever

I’m on it, get on it
The troops are on fire!

Sono sdraiato sul letto. La luce fuori inizia ad affievolirsi e nelle orecchie sta passando Goodbye Kiss. Ultimo rapido ascolto a Velociraptor, per ripassare ma anche per raccogliere le energie. La notte prima ho dormito poco e niente e l’acidità di stomaco con cui mi sono svegliato lascia poco all’immaginazione.

Si parte direzione Atlantico, solo una piccola deviazione per prendere un pezzo di serata.

Arrivati a destinazione le bancarelle di merchandising formano un vero e proprio bazar in stile turco, le persone che vi entrano formano un fiumiciattolo con foce alla biglietteria. Biglietteria superflua per questa sera; la serata è sold out da almeno un paio di mesi. I bagarini la fanno da padroni.

Il tempo di una sigaretta, di scrutare la fauna da vicino ed entriamo. Ci fermiamo quando siamo ormai sotto il palco. La nostra fortuna, ex post, è che stiamo dalla parte di Sergio Pizzorno, chitarrista e cofondatore del gruppo.

Le luci si abbassano per far spazio ai neon. il verde è il colore predominante. il preludio è un escalation di elettronica adrenalina.

Entrano sul palco al ritmo di The Days Are Forgotten e non la smettono ininterrottamente per un’ora. Suonano tutti i pezzi del disco ad esclusione di due o tre brani incluso I Hear Voices, una delle mie preferite. il tutto intervallato dai grandi successi dei tre precedenti album. Ma il momento migliore del concerto raggiunge l’apice della goduria uditiva nel bis. Il pubblico chiama a gran voce il bis ululando L.S.F. all’infinito. I Kasabian non possono far finta di niente e tornano sul palco per ringraziare uno splendido Atlantico che li omaggia alla sua maniera.
Degna di nota anche la performance con Goodbye Kiss, dove il cantante  Tom Meighan esalta la sua istrionica voce.

Umidi e con le orecchie sfondate dal sottocassa, facciamo sfollare il palazzetto.

Alcuni gruppi andrebbero ascoltati solo dal vivo. I Kasabian fanno parte di questa ristretta cerchia. Uno dei migliori live a cui abbia assistito.

I’m the Underdog
Live my life on a lullaby
Keep myself riding on this train

Spine

L’abisso che c’è fra la certezza che io ho della mia esistenza e il contenuto che tento di dare a questa sicurezza, non sarà mai colmato.

Il pendolo batte le due. La mente poco alla volta inizia a focalizzarsi su un’insana voglia di caffè. Il tempo di soddisfarla, già il sapore del tabacco sulla bocca. Dicono che fumare troppe sigarette di notte sia deleterio per la salute dei nostri bronchi, più del resto della giornata. Io ci metterei pure quando finisci la sessione di jogging di mezz’ora, torni a casa, il tempo di far volare gli indumenti nel cesto della biancheria sporca, e avvolto da un bagno bollente accendi una sigaretta. I polmoni sono aperti per lo sforzo di ossigenazione che hanno appena sopportato, il catrame si fa spazio nella parete del polmone dando quella sensazione di apnea apparente.
Forse inconsciamente desideriamo farci del male. Sentiamo di dover dimostrare di portare un peso. E quel peso, verosimilmente, lo portiamo davvero. Un macigno che ci siamo creati piano piano, cazzata su cazzata, incompresi da una routine quotidiana che viviamo quasi per inerzia.

Arriva, puntuale e inevitabile, il momento in cui questo macigno tenta di uscire dalla sua gabbia, prende vita e aiutato dal peso della sua massa ormai immensa, tenta in tutti i modi di frenarci, di spingerci a terra e non farci rialzare.
Soffrendo per questa situazione, viene spontaneo cedere un attimo, barcollare e lasciarsi trasportare in un abisso pied de poule dalle sfumature grigie. È a quel punto che prendendo le sembianze del macigno stesso, ci sentiamo pesanti, immobili, incapaci di qualsiasi azione o movimento.
Ma il trucco sta nel trattare quel macigno non come un estraneo nel nostro corpo, ma come un coinquilino da rimettere in riga. Come una pianta si deve innaffiare, potare, concimare per diventare forte e rigogliosa, per abbellire così la stanza in cui è posta, noi dobbiamo coltivare il nostro macigno. Se lui è la pianta, noi la stanza.

Ogni stanza che si rispetti però è illuminata a dovere. E la luce viene dall’esterno, non dall’interno, è lapalissiano. La furbizia e anche la fortuna di un cretino qualunque, sta nell’indirizzare al meglio la luce che ci viene concessa dall’esterno.
La luce è vita. Chiudersi in se stessi equivalerebbe a chiudere le tapparelle. Il buio è morte.

L’importante, diceva l’abate Galiani a madama d’Epinay, non è guarire, ma vivere con i propri mali. Kierkegaard vuol guarire.

 

A Classic Education is what you need

“I don’t know if I can get trough to you,
it’s not that I’m against people
It’s just that they don’t seem to know what’s happening.”

Come uno pazzo (ex post) decido di avventurarmi fino a Roma, sfidando la neve e il maltempo imperante da due giorni nella Roma Nord. Sarà la voglia di evadere, sarà la compagnia che mi aspettava, sarà la bravura di questo gruppo. Fatto sta che verso le 22:15 mi ritrovo nelle stradine di San Lorenzo a cercare un parcheggio per la  mia macchina. come al solito, la infilo dove solo la mia fantasia può arrivare a vedere un parcheggio. Ci dirigiamo tranquilli verso il locale…no assolutamente. Nessuno dei due ha la minima idea di dove sia la Locanda Atlantide. Dieci minuti dopo siamo lì, pensando di essere in ritardo abnorme. Entriamo, paghiamo la nostra quota all’ingresso, dove ci dicono di stare tranquilli: non ha iniziato neanche il gruppo spalla. Il tempo di acclimatarci con due drink e di sparlare sugli altri presenti e sentiamo uscire reef di chitarra dalle casse. Sono loro? No, sono gli Holidays, giovane gruppo emergente che suona al volo tre pezzi in versione iper acustica (duo di chitarre e voci). Tutti iniziano ad ammassarsi nel sottopalco. Noi siamo in prima fila. Quando Gli ACE salgono sul palco la sensazione e di trovarsi di fronte ad un gruppo già navigato, ma al contrario sono ragazzi poco più grandi di noi, che mettono subito a proprio agio l’audience. 1 2 3 e incomincia una piacevolissima ora che grazie anche alle immagine di sfondo rievoca sensazioni retrò: anni 70, strade sterminate, motociclette di grossa cilindrata e giubbotti in pelle, solo la benzina ci può fermare, godersi la libera e spensierata età che viviamo. Tutto questo in contrasto con i testi del gruppo bolognese: ci ritroviamo di fronte ad una libertà soltanto evocativa, i turbamenti sono il file rouge che collega le 14 tracce del disco. Riflessioni che vanno quasi a tirar fuori un’inadeguatezza verso la società che ci circonda. La presenza scenica è delle migliori per tutti i componenti del gruppo e a mano a mano che la scaletta avanza il sotto palco si riscalda (interiormente e non).
Un bel concerto.
Una bella serata uggiosa.
Un’educazione classica da dare ai vostri figli.

“Sto imboccando la statale
e anche se non ti vedo e anche se non ti sento…” 


 

 

Uan ciu tri for: evribare on the snow!


“Giorni vacanzieri, ma tu non sei qui.”

Bé ce l’ho in testa da stamattina appena aperti gli occhi. Il buio della mia camera era in contrasto con il bianco che veniva da fuori. E allora di corsa, senza lavarsi, calzettoni, jeans vecchi, doppia felpa e scarponi. Giù a spalare la neve davanti la porta, bloccata da un muro bianco alto almeno un metro. Di nuovo a casa a scaldarsi un pò. Le mani viola. Manca l’acqua. Meglio. Si riesce. Ed in giro per il paese incontrare gente mai vista, sorridente, gioiosa. Dal giorno prima non è successo granché, ma sono tutti più positivi. In effetti sembra di passeggiare in un posto nascosto della nostra testa dove poter arrivare solo di notte nei propri letti. Palle di neve, pupazzi che non vengono mai come quelli dei film e non ne sono neanche lontani parenti. Dei ragazzi con lo snowboard mi ricordano che la gente tanto bene non sta. La gente impazzita che accalca l’unico supermercato aperto come se dovessimo rinchiuderci in bunker antiatomico per le prossime due settimane mi conferma che la gente non sta bene per niente. Tutti con le loro tutine colorate e i dopo-sci: la settimana bianca è un must, uno status symbol che, mi accorgo solo ora, è diffuso come un morbo in metastasi. Sono orgoglioso di non esserci mai stato.
Poche persone mi fanno sentire a mio agio. E con loro vorrei fuggire in Costa Rica.

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